Iran, rischio escalation: Trump minaccia Kharg e gli Houthi entrano in guerra

Trump parla di “grandi progressi”, ma prepara nuovi attacchi e valuta missioni militari
3 ore fa
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Attacco teheran ipa ftg
Attacchi su Teheran (Ipa/Fotogramma)

Di escalation in escalation. La guerra in Iran, lungi dal vedere all’orizzonte una fine, rischia di aggravarsi ulteriormente. Sabato scorso sono entrati di fatto nel conflitto gli houthi, gruppo ribelle yemenita sostenuto da Teheran, con il lancio di due missili verso Israele. Mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha già rinforzato il contingente americano nell’area aumentando i timori che possa procedere con un’azione da terra, anche oggi è tornato a minacciare di prendere l’isola di Kharg, dove si trova la maggior parte delle infrastrutture energetiche persiane.

Nella mente del tycoon, questo sarebbe il colpo finale al regime degli ayatollah, ma per molti analisti si tratterebbe di un’operazione molto rischiosa, un pericoloso giro di vite, al rialzo, delle ostilità. I pasdaran infatti hanno già annunciato feroci ritorsioni. Un secondo obiettivo dell’operazione sarebbe poi recuperare oltre 450 chilogrammi di uranio, secondo quanto riporta il Wall Street Journal citando alcune fonti. Anche in questo caso, però si tratterebbe di una manovra rischiosa e dall’esito incerto.

Trump: “A breve potrebbe esserci un accordo”

Il capo della Casa Bianca intanto continua a parlare di negoziati in corso con Teheran. Ieri, rispondendo ai giornalisti sull’Air Force One, di ritorno dal weekend a Mar-a-Lago, ha affermato che “ci sono state buone trattative con l’Iran”, e che “un accordo con l’Iran potrebbe esserci a breve”. Teheran avrebbe acconsentito alla maggior parte dei 15 punti previsti dal piano che gli Usa hanno inviato tramite il Pakistan. “Vogliamo chiedere un paio di altre cose” ha aggiunto Trump.

“Abbiamo distrutto molti target oggi. È stato un grande giorno. Come sapete, ci hanno dato 10 navi nei giorni scorsi e oggi ci hanno dato come tributo e segno di rispetto 20 navi molto grandi che attraverseranno lo Stretto di Hormuz a partire da domani mattina” ha detto Trump ieri. “Stiamo andando molto bene nelle trattative, ma non si sa mai con l’Iran. Penso che faremo un accordo, ma è possibile anche che non ci sia”

Kharg e il petrolio iraniano nel mirino Usa

Sul suo social Truth, il tycoon ha puntualizzato che senz’accordo distruggeranno l’isola, hub petrolifero iraniano. “Gli Stati Uniti sono in serie discussioni con il nuovo e più ragionevole regime per mettere fine alle operazioni militari. Grandi progressi sono stati fatti, ma se per qualsiasi ragione un accordo non sarà raggiunto e lo Stretto di Hormuz non sarà aperto immediatamente, concluderemo il nostro soggiorno in Iran distruggendo completamente i loro impianti elettrici, i pozzi petroliferi e l’isola di Kharg (probabilmente anche gli impianti di desalinizzazione)”.

Ricordiamo che le infrastrutture energetiche sono considerate, in linea generale, obiettivi civili e quindi non attaccabili secondo il diritto internazionale umanitario. Tuttavia, possono essere ritenute legittimi obiettivi militari se contribuiscono in modo diretto allo sforzo bellico. È proprio questa ambiguità – il cosiddetto “dual use” -, ancora più pronunciato per gli impianti di desalinizzazione, a rendere gli attacchi a infrastrutture petrolifere e reti energetiche uno dei terreni più controversi dei conflitti contemporanei, soprattutto quando le conseguenze colpiscono la popolazione civile e i mercati globali.

In un’intervista pubblicata stamattina sul Financial Times, Trump ha affermato che la sua preferenza sarebbe quella di “prendere il petrolio in Iran”. “Potremmo prendere Kharg o potremmo non prenderla. Abbiamo molte opzioni”. Secondo il suo parere, gli Usa potrebbero riuscirci “molto facilmente, non penso che abbiano difese”.

Dalla piccola isola di Kharg, 8 chilometri di lunghezza e 4-5 chilometri di larghezza, passa circa il 90% delle esportazioni di greggio iraniane, per la maggior parte destinato alla Cina e ad altri mercati asiatici. Mantenere il controllo dell’isola sarebbe comunque molto complesso, spiegano gli esperti, essendo Kharg totalmente esposta al raggio dei colpi provenienti dalla terraferma.

Il capo della Casa Bianca ha anche dichiarato al Financial Times che l’Iran, attraverso il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Qalibaf, ha accettato di consentire il transito di 20 navi cisterna cariche di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, “in segno di rispetto”. “Ci hanno dato 10 petroliere battenti bandiera pakistana. Ora ce ne danno 20, che sono già partite e stanno attraversando lo Stretto”.

I media iraniani intanto riportano che le forze del Paese stanno “aspettando l’arrivo delle truppe americane sul terreno per dargli fuoco e punire per sempre i loro partner regionali“.

Iran: “Richieste irrealistiche, illogiche ed eccessive”

Cosa ne pensa l’Iran di tutto ciò? Oggi Teheran ha definito le richieste americane “irrealistiche, illogiche ed eccessive” e ha smentito contatti diretti con gli Stati Uniti. Anzi, “il Parlamento iraniano sta valutando il ritiro del Paese dal Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), a causa dell’approccio irresponsabile dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) e del comportamento distruttivo degli Stati Uniti” ha dichiarato ieri il portavoce del Ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei. “A cosa serve essere membri di un Trattato se non si possono esercitare i diritti che esso garantisce”?

Baghaei ha comunque confermato che Teheran ha ricevuto tramite intermediari la disponibilità degli Usa a negoziare e stamattina ha spiegato in conferenza stampa: “La nostra posizione è chiara. Siamo sotto aggressione militare. Pertanto, tutti i nostri sforzi e le nostre forze sono concentrati sulla nostra difesa”.

Gli Houthi nel conflitto

Sabato i ribelli yemeniti Houthi hanno lanciato una doppia salva di missili su Israele, rivendicando l’operazione con parole dure: “Terremo il dito sul grilletto fino alla fine dell’aggressione contro Teheran“. il Il ministero della propaganda di Sanaa ha chiarito perché ora: “Siamo giunti alla conclusione che è il momento di intervenire”, perciò “ci stiamo coordinando con i nostri fratelli dell’asse della resistenza (oltre l’Iran, Hezbollah, ndr)”.

La mossa non solo apre un nuovo fronte del conflitto, portando a un’escalation e rischiando di riaccendere gli scontri nello Yemen, ma mette a rischio un altro passaggio marittimo vitale dopo quello di Hormuz; lo stretto di Bab al-Mandab, a sud del Mar Rosso, uno dei più trafficati al mondo. Un’eventualità già avvenuta durante la guerra a Gaza e che ora potrebbe aggravare la crisi petrolifera e commerciale innescata dall’attacco congiunto di Washington e Tel Aviv contro l’Iran.

I prezzi del petrolio sono aumentati ancora, dopo l’intervento di sabato degli Houthi.

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