L’Ungheria deve restituire all’Ue 10 miliardi di euro? Per Orbán ipotesi “assurda”

Secondo l'avvocata generale della Corte di Giustizia europea, nel 2023 la Commissione ha sbagliato a sbloccare parte dei fondi sospesi l'anno prima per timori legati allo stato di diritto nel Paese dell'Est
5 ore fa
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Il primo ministro ungherese Viktor Orban
Il primo ministro ungherese Viktor Orban a Bruxelles (Afp)

Assurda”. Così il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha definito l’ipotesi che Budapest possa dover restituire 10 miliardi di euro di fondi europei sbloccati nel dicembre 2023 dalla Commissione europea. Eppure è quello che potrebbe accadere, dopo che ieri una degli avvocati generali della Corte di Giustizia dell’Unione europea, Tamara Ćapeta, ha affermato in un parere che l’organo legislativo sbagliò a concedere i soldi e che quindi la sua decisione va “annullata” dal Tribunale. Il commento di Orbán è stato dato a Politico in occasione del vertice informale tra leader politici tenutosi ieri al castello belga di Alden Biesen per affrontare il tema competitività.

Perché quei fondi erano stati congelati

Tutto ha inizio nel 2022, con il congelamento da parte dell’Unione europea di circa 31 miliardi di euro destinati all’Ungheria, per violazioni dello Stato di diritto. Bruxelles contestava a Budapest criticità sistemiche su corruzione, conflitti di interessi, appalti pubblici e indipendenza della magistratura.

Nel dicembre 2023, dopo una serie di riforme annunciate dal governo ungherese – in particolare sul piano dell’indipendenza dei giudici – la Commissione decise di sbloccare 10,2 miliardi di euro di fondi di coesione, dunque circa un terzo delle somme congelate. Gli altri 21 miliardi rimasero bloccati, ritenendo non ancora risolti diversi nodi strutturali.

La decisione dell’esecutivo europeo venne però contestata dal Parlamento europeo, che nel 2024 avviò un ricorso davanti alla Corte di Giustizia sostenendo che l’Ungheria non avesse in realtà soddisfatto tutti i requisiti richiesti. Secondo diversi eurodeputati, inoltre, lo sblocco dei fondi sarebbe stato funzionale a disinnescare il veto di Orbán sugli aiuti all’Ucraina.

Il sospetto dello “scambio” sugli aiuti a Kiev

Alla fine del 2023 infatti il primo ministro ungherese minacciava di bloccare un pacchetto da 50 miliardi di euro di aiuti a Kiev e di opporsi all’avvio dei negoziati di adesione dell’Ucraina all’Ue: decisioni per le quali è necessaria l’unanimità dei Ventisette.

Secondo gli eurodeputati, le risorse sarebbero state sbloccate come ‘leva’ per convincere Budapest a votare a favore dell’invio di aiuti all’Ucraina in occasione del Consiglio europeo che si sarebbe tenuto pochi giorni dopo.

In quella sede, il premier ungherese lasciò temporaneamente la sala per una ‘pausa caffè’, consentendo agli altri 26 leader di approvare l’apertura dei negoziati con Kiev. E nel febbraio 2024, in un vertice straordinario, Budapest ritirò anche il veto sul pacchetto di sostegno finanziario.

La Commissione ha sempre negato l’esistenza di qualsiasi ‘baratto’, sostenendo che la decisione di sbloccare i fondi si basasse esclusivamente su una valutazione tecnica delle riforme giudiziarie attuate dall’Ungheria.

Il parere dell’avvocata generale: “Valutazione inadeguata”

Nell’udienza dell’ottobre 2025 l’organo legislativo ha difeso la propria scelta, affermando che Budapest avesse formalmente raggiunto i “traguardi” tecnici stabiliti per rispondere alle preoccupazioni sull’indipendenza della magistratura e che, di conseguenza, l’erogazione dei fondi fosse dovuta.

Ćapeta ha però valutato diversamente. Nel suo parere sostiene che la Commissione abbia “applicato in modo errato i requisiti imposti all’Ungheria quando ha consentito, senza alcuna spiegazione, l’erogazione del bilancio prima che le necessarie riforme legislative fossero entrate in vigore o fossero applicate”.

“La Commissione non può erogare fondi Ue a uno Stato membro finché le riforme legislative richieste non saranno in vigore e non saranno effettivamente applicate”, scrive ancora l’avvocata, sottolineando che l’esecutivo europeo “deve dimostrare che ogni condizione sia stata soddisfatta“, non solo per tutelare gli interessi finanziari dell’Unione ma anche per garantire trasparenza verso tutti i cittadini europei.

Nel mirino poi la valutazione delle riforme relative all’indipendenza della Corte suprema ungherese e alle modalità di nomina dei membri della Corte costituzionale. Secondo il parere, la Commissione non avrebbe condotto un’analisi adeguata delle carenze sistemiche dello Stato di diritto. Tuttavia, Ćapeta non ha accolto l’accusa più grave del Parlamento, ossia quella di abuso di potere, in quanto, specifica, “non sufficientemente dimostrata”.

La Commissione ha dichiarato di “prendere attenta nota” dell’opinione, ribadendo che la decisione del 2023 si basava su “una valutazione approfondita” delle riforme intraprese dall’Ungheria.

Cosa può accadere ora

La sentenza definitiva della Corte è attesa nei prossimi mesi. Il parere degli avvocati generali non è vincolante, ma generalmente anticipa la decisione finale. E se i giudici si allineassero al parere di e annullassero la decisione del 2023, la Commissione potrebbe essere costretta a chiedere la restituzione dei 10,2 miliardi già erogati o a compensare l’importo con futuri pagamenti destinati a Budapest.

Una prospettiva che rischia di ingarbugliare ulteriormente i rapporti con Orbán, già spina nel fianco dell’Unione per le sue posizioni filo-russe. Ma in Ungheria ad aprile si terranno le presidenziali, con il premier in svantaggio, per la prima volta dopo 14 anni, a favore del suo avversario Péter Magyar. E l’Unione sta cercando perciò di ignorare il più possibile di sollevare questioni, per evitare che Orbán le cavalchi elettoralmente. La questione fondi potrebbe dunque diventare un problema.

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