Non più solo ambiente: a Bruxelles il baricentro del potere si sposta verso le fabbriche. Tra la rivoluzione della “preferenza europea” negli appalti e una guerra alla burocrazia che costa miliardi, ecco come l’European Industry Summit di Anversa sta riscrivendo il futuro economico del continente.
Sarà sufficiente per fermare l’avanzata di Pechino e Washington?

Il “Patto di Anversa”: dalle richieste del 2024 alla realtà del 2026
Per capire cosa sta succedendo oggi ad Anversa, bisogna fare un passo indietro. Tutto è iniziato nel febbraio 2024, quando i giganti del settore hanno presentato la “Dichiarazione di Anversa”: un manifesto in dieci punti che chiedeva di mettere un “Industrial Deal” al centro dell’agenda europea per il quinquennio 2024-2029.
Oggi, nel 2026, quel grido d’allarme è diventato il cuore della politica europea. Se due anni fa l’industria chiedeva “chiarezza e prevedibilità”, oggi i leader politici, dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen al cancelliere tedesco Friedrich Merz e al presidente francese Emmanuel Macron, sono volati ad Anversa per dare risposte concrete a quelle dieci richieste, trasformando le promesse in azioni legislative come l’imminente Industrial Accelerator Act.

“Comprare Europeo”: la rivoluzione da 2.000 miliardi di euro
Il cuore del summit riguarda il portafoglio pubblico. Ursula von der Leyen ha annunciato una svolta protezionista (ma “necessaria”): introdurre la “preferenza europea” (“Buy European”) negli appalti strategici. Gli appalti pubblici valgono il 14% del Pil dell’Unione, una montagna di denaro che finora è servita spesso a finanziare prodotti esteri sovvenzionati.
L’obiettivo è chiaro: basta regalare fette di mercato a competitor che non rispettano le nostre regole. “Stiamo lasciando valore sul tavolo”, ha ammesso la presidente, promettendo che i futuri bandi per tecnologie pulite, difesa e chimica premieranno chi produce in Europa, creando una domanda stabile per le nostre fabbriche.

La guerra al “Fax” e ai camion leggeri
Oltre alla concorrenza esterna, l’Europa deve sconfiggere un nemico interno: la propria burocrazia. Ad Anversa è emerso un quadro paradossale del mercato unico. Von der Leyen ha denunciato il fenomeno del “gold-plating”, ovvero la tendenza degli Stati a complicare le norme Ue con ulteriori cavilli nazionali.
I casi limite rasentano l’assurdo: per spedire rifiuti tra alcuni Stati membri serve ancora usare il fax, mentre un camion che pesa 44 tonnellate in Belgio deve “mettersi a dieta” e scendere a 40 appena varca il confine con la Francia. Il piano d’urto prevede dieci provvedimenti “omnibus” per tagliare i costi amministrativi delle imprese di ben 15 miliardi di euro, eliminando queste barriere invisibili che frenano la competitività.
My message to the European Industry Summit in Antwerp:
I'm ready to build the strongest business case for your industries to choose Europe.
With speed. With scale.
With access to affordable energy and new markets ↓ https://t.co/SVaVKtPuJr
— Ursula von der Leyen (@vonderleyen) February 11, 2026
Un continente diviso tra pragmatismo e timori ambientali
Nonostante il fronte comune mostrato alla Borsa di Anversa, le crepe restano. Se Macron spinge per un “Buy European” aggressivo, i Paesi del Nord (Svezia e Olanda in testa) temono che chiudersi troppo spaventi gli investitori e riduca l’innovazione. Dall’altro lato, sindacati e ambientalisti guardano con sospetto a questa “corsa alla deregolamentazione”. Mentre le associazioni industriali chiedono di allentare i vincoli del Green Deal per sopravvivere ai prezzi dell’energia, le Ong avvertono: la competitività non deve diventare una scusa per sacrificare la salute dei cittadini o i diritti dei lavoratori.
La sfida di Bruxelles ora è far camminare insieme l’industria e l’ambiente, prima che il cuore produttivo dell’Europa smetta definitivamente di battere.
