Non è solo una storia di abusi e scandali sessuali. È anche quella dei tentativi di costruire e sostenere un fronte sovranista europeo. Contatti, scambi e attività: spulciando l’ultima tranche degli ‘Epstein files‘ pubblicata la scorsa settimana dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti su ordine del Congresso – email, messaggi, appunti, fotografie e materiali investigativi –, appare una rete di relazioni e di sostegno politico in cui Jeffrey Epstein, finanziere statunitense condannato per traffico sessuale di minori e morto suicida in carcere nel 2019, agiva come facilitatore e connettore più che come ideologo.
Epstein e Steve Bannon, ideologo Maga
A quest’ultima parte ci pensava Steve Bannon, ex stratega di Donald Trump, figura chiave dell’’alt-right’ americana e del movimento Maga, promotore del progetto politico transnazionale pro-sovranista noto come The Movement.
I file mostrano scambi e cooperazione tra i due, inclusi materiali video, interviste e conversazioni politiche, soprattutto tra il 2018 e il 2019, nel periodo in cui il conduttore di ‘War Room’ cercava risorse, contatti e sponde per iniziative politiche in Europa.
E i nomi del sovranismo citati nelle milioni di pagine desecretate sono tantissimi ed eccellenti. Tuttavia, va precisato che essere presenti negli Epstein files non vuol dire automaticamente aver conosciuto il finanziere, né aver avuto rapporti con lui o essere coinvolti nella sua rete criminale. E va detto che i documenti non provano finanziamenti diretti a partiti o leader politici europei. Infine, è importante fare attenzione: in questi giorni stanno girando in rete molte immagini false di politici in compagnia di Epstein, come quella che ritrae il sindaco di New York Zohran Mamdani da bambino.
Insomma, quello che emerge chiaramente dai file sono le strette connessioni che attraversano politica, finanza e tecnologia, e il fatto che Epstein usasse la sua rete per avvicinarsi ad alcune delle persone più potenti d’Europa, mantenendo un interesse spiccato per l’estrema destra del Vecchio Continente e per le politiche dell’Unione, incluso l’esprimere preoccupazione per la regolamentazione delle criptovalute.
L’interesse per l’ascesa sovranista in Europa
Il materiale che riguarda Bannon risale al 2018-2019, un momento in cui l’ex consigliere di Trump era impegnato a sostenere partiti come la Lega in Italia, il Rassemblement National di Marine Le Pen in Francia, Alternative für Deutschland in Germania e altri movimenti radicali. Il finanziere offriva supporto, osservazioni e suggerimenti, mentre il leader Maga condivideva analisi politiche, piani elettorali e una fitta rete di contatti. I due si confrontavano su attività e obiettivi politici legati a leader sovranisti europei.
Uno degli aspetti più rilevanti è il tentativo di coordinamento transnazionale per rafforzare le forze sovraniste nel Parlamento europeo, sotto l’ombrello organizzativo di The Movement. In questa cornice compaiono i nomi di diversi leader e partiti.
Salvini e la Lega: molte citazioni, nessun legame diretto
Quello di Matteo Salvini, leader della Lega, appare 89 volte negli Epstein files ed è citato in circa una trentina di email tra marzo 2018 e maggio 2019, quando la Lega era all’apice della sua ascesa elettorale. Va precisato che non risulta alcun legame diretto tra Salvini ed Epstein, né alcuna prova che il leader leghista abbia mai avuto rapporti personali con il finanziere.
Ciò che emerge è piuttosto l’interesse di Epstein, mediato da Bannon, per la politica italiana. In una mail del marzo 2018, in occasione delle elezioni politiche che videro la Lega ottenere circa il 16% dei voti, Epstein chiede aggiornamenti al leader Maga, che risponde: “Bene, sto andando a Milano per incontrare Salvini. Stasera Grillo e domani a Roma Berlusconi e 5 stelle”.
In messaggi successivi, Bannon elenca i partiti che sta seguendo: “Ora sono consigliere per il Front (National, il precedente nome di Rassemblement National, ndr) Salvini, Afd (Alternative für Deutschland, ndr), Swiss People’s Party, Orbán“.
In altre mail dell’estate 2018, Bannon scrive a Epstein “Si parte” commentando il ricevimento alla Casa Bianca per Giuseppe Conte, da poco diventato presidente del Consiglio.
O afferma che “alle prossime elezioni del Parlamento europeo, possiamo passare da 92 a 200 seggi, fermare qualunque legislazione sulle criptovalute o qualunque cosa vogliamo”. “La prossima primavera vinciamo il 60% del Parlamento europeo, Salvini convoca le elezioni la settimana dopo, possiamo gestire noi le cose da qui”, scrive a dicembre 2018, mentre nei mesi successivi le conversazioni si concentrano anche sulla raccolta fondi per consentire a Lega e Rassemblement National di presentare “liste complete” alle elezioni europee del 2019.
Bannon avrebbe voluto costruire nell’abbazia di Trisulti, in provincia di Frosinone, la sede della sua “internazionale sovranista”, ma i rapporti altalenanti con Trump e la fine del governo giallo-verde nell’estate del 2019 hanno fatto naufragare questo progetto (anche se il suo progetto è ancora in piedi).
Le Pen, Afd e l’asse sovranista
Anche Marine Le Pen, leader storica della destra nazionalista francese, rientra tra i nomi discussi da Bannon con Epstein in relazione a un sostegno politico. E anche in questo caso, i files presentano conversazioni e valutazioni strategiche, senza indicare finanziamenti diretti.
Per la Germania, i file e le ricostruzioni giornalistiche mostrano scambi in cui Epstein e Bannon parlano del partito di estrema destra Alternative für Deutschland, criticando l’allora cancelliera Angela Merkel e ragionando sullo scenario politico tedesco. Anche in questo caso, si tratta di valutazioni e promozione politica, non di operazioni concrete.
Ancora, i documenti citano ulteriori figure. Tra queste, il diplomatico e politico slovacco Miroslav Lajčák, indicato come possibile ponte verso Robert Fico, premier del Paese di area di sovranista, definito dal primo come figura adatta a “giocare la partita” di Bannon (“Steve’s game”), nell’ambito di una rete politica europea. Anche qui il legame è soprattutto di networking e posizionamento politico: nessuna prova di finanziamenti.
Lajčák si è dimesso sabato dal suo incarico di consigliere per la sicurezza nazionale, affermando comunque di non aver fatto nulla di male. Il diplomatico, dal 2020 al 2025, è stato rappresentante speciale dell’Ue nei Balcani occidentali.
Un ruolo organizzativo emerge anche per Benjamin Harnwell, ex membro dello staff del Parlamento europeo vicino agli ambienti di The Movement e ‘proiezione’ di Bannon in Europa, coinvolto anche nel controverso progetto della scuola per sovranisti presso la Certosa di Trisulti vicino Roma. Alcuni documenti mostrano comunicazioni inoltrate dal leader Maga a Epstein su attività e contenuti legati alla proiezione europea del ‘Movimento’. Questo conferma che Epstein era inserito nel flusso informativo della rete bannoniana, ma non che ne fosse il finanziatore o il regista.
Infine, in Gran Bretagna Nigel Farage, ovvero ‘Mr Brexit’, compare come parte della rete di contatti di Bannon. Non emergono, però, prove di un suo rapporto diretto con Epstein.
Dai sovranisti alle istituzioni: Ue, Regno Unito e Norvegia
L’ultima tranche dei documenti resa pubblica mostra come il finanziere abbia cercato di avvicinarsi anche a esponenti delle istituzioni europee ad ampio raggio, alimentando interrogativi sulle conseguenze politiche e istituzionali di queste relazioni.
Le email rivelano un suo interesse attivo per le politiche dell’Unione europea, in particolare per la regolamentazione delle criptovalute e per i grandi dossier finanziari. Un esempio è il nome di Peter Mandelson, ex commissario europeo al Commercio: le autorità britanniche e la Commissione europea stanno verificando se Epstein possa aver ricevuto informazioni sensibili sul piano di salvataggio da 500 milioni di dollari della Grecia durante la crisi del debito. Le comunicazioni note, tuttavia, risalgono in gran parte a un periodo successivo al mandato di Mandelson, ha sottolineato un portavoce della Commissione.
Martedì Mandelson ha dichiarato che si dimetterà dalla Camera dei Lord, anticipando il premier Keir Starmer che aveva fatto sapere che avrebbe redatto una legge per privarlo del diritto di sedersi nella Camera parlamentare “il più rapidamente possibile”.
Nei 3 milioni di pagine desecretate negli ultimi giorni, appare poi il nome dell’attuale commissario per il Commercio, in relazione a quello del connazionale Lajčák: Maroš Šefčovič, che ha precisato di non aver “mai avuto alcun contatto diretto o indiretto, comunicazione o incontro con Epstein”
Particolare rilievo assume anche il rapporto con il World Economic Forum. I file mostrano che Epstein frequentava l’ecosistema di Davos e aveva contatti con il ceo del Wef, Børge Brende, ex ministro degli Esteri norvegese. Brende ha cenato con Epstein più volte tra il 2018 e il 2019 e, dopo la pubblicazione delle email, ha chiesto l’avvio di una revisione indipendente. In Norvegia, inoltre, sono in corso verifiche sui rapporti tra Epstein e l’ex primo ministro Thorbjørn Jagland.
Reti di influenza
Le possibili conseguenze di questo quadro sono rilevanti: non tanto sul piano penale – che richiede prove specifiche – quanto su quello politico e istituzionale. I documenti sollevano interrogativi sulla permeabilità delle élite europee a reti informali di influenza, sulla gestione dei conflitti di interesse e sulla capacità delle democrazie liberali di difendersi da pressioni esterne, economiche e geopolitiche.
Gli Epstein files, in questo senso, non raccontano solo la storia di un criminale sessuale, pedofilo, che collezionava contatti e favori, ma mostrano un ecosistema opaco di potere, in cui politica, finanza e ideologia si intrecciano. Un sistema che, più che rivelare complotti inediti – la Strategia Nazionale di Sicurezza americana spinge esplicitamente al sostegno ai partiti sovranisti europei -, conferma dinamiche già note: il tentativo di indebolire l’Europa dall’interno, sfruttando fratture politiche e processi di erosione della coesione europea.
