La stretta commerciale Usa ridisegna i flussi, ma non ferma l’Europa

Tariffe più alte, catene del valore riallocate e nuovi mercati: cosa emerge dal monitoraggio Bruegel
3 ore fa
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Trump Delivers Remarks On Reciprocal Tariffs
Donald Trump (Photo by Brendan SMIALOWSKI / AFP)

L’aumento dei dazi statunitensi deciso nel 2025 non ha prodotto l’effetto dirompente che molti osservatori avevano anticipato. Nei flussi commerciali globali il colpo è stato assorbito, redistribuito, in parte aggirato. Per l’Unione europea, in particolare, l’impatto è risultato più contenuto del previsto: l’export verso i mercati extra-Ue ha continuato a crescere anche nella fase più acuta della stretta tariffaria americana.

Il dato, che emerge dal Global Trade Tracker elaborato da Bruegel, smentisce la lettura lineare di una guerra commerciale a somma zero. La seconda presidenza di Donald Trump ha innescato una riorganizzazione dei flussi, non un loro collasso. Le tariffe più elevate hanno inciso su settori specifici e su relazioni bilaterali mirate, ma hanno anche accelerato dinamiche già in atto: diversificazione delle destinazioni, riallocazione produttiva, ricorso a triangolazioni commerciali.

Export europeo oltre lo shock tariffario: cosa mostrano i dati

Il Global Trade Tracker di Bruegel consente una lettura puntuale degli scambi di beni tra i principali blocchi economici nel periodo successivo all’introduzione dei nuovi dazi statunitensi. Per l’Unione europea, il perimetro considerato esclude il commercio intra-Ue e fotografa i rapporti con Stati Uniti, Cina, Giappone, Regno Unito e resto del mondo. In valore nominale, le esportazioni europee verso partner extra-Ue non registrano una flessione strutturale nel corso del 2025, nonostante l’inasprimento tariffario americano.

Il dato va interpretato con cautela. Le statistiche doganali in dollari riflettono anche variazioni di prezzo e di cambio, non solo volumi. Tuttavia, il confronto con i conti nazionali – che includono indici di volume per il commercio totale – conferma una tenuta complessiva delle esportazioni europee. Il risultato è coerente con l’analisi pubblicata da Bruegel, secondo cui le vendite esterne di Ue e Cina hanno continuato a crescere anche dopo lo shock commerciale del 2025.

La resilienza europea si spiega in parte con la composizione geografica dell’export. La quota destinata agli Stati Uniti resta rilevante, ma negli ultimi quindici anni l’Ue ha ampliato in modo costante la presenza su mercati alternativi. Asia sud-orientale, Medio Oriente, America Latina e Africa hanno assorbito una porzione crescente delle esportazioni, riducendo la dipendenza da singoli partner. La dinamica è visibile soprattutto se si osservano i flussi come percentuale del Pil, misura che attenua gli effetti dell’inflazione e restituisce un quadro più stabile dell’apertura commerciale.

Dazi settoriali e adattamenti industriali

L’impatto dei dazi statunitensi risulta più evidente quando si scende al livello dei singoli comparti. Automobili, acciaio e alluminio sono stati colpiti da tariffe significativamente superiori alla media: rispettivamente intorno al 16%, 27% e 40% entro l’autunno 2025. Si tratta di settori ad alta intensità di capitale, con catene del valore già sottoposte a tensioni geopolitiche e industriali negli anni precedenti.

Nei dati del tracker, l’export europeo di acciaio e alluminio verso gli Stati Uniti mostra una contrazione in valore dopo l’entrata in vigore dei nuovi dazi. Il calo, tuttavia, non si traduce in una perdita equivalente a livello aggregato. Le imprese hanno reagito riallocando parte delle vendite verso altri mercati o modificando la struttura delle spedizioni, anche attraverso lavorazioni intermedie in paesi terzi. Meccanismi di questo tipo complicano la lettura dei flussi bilaterali e contribuiscono alle discrepanze statistiche tra importazioni dichiarate ed esportazioni riportate dai partner.

Nel settore automobilistico, l’effetto appare più sfumato. Le tariffe statunitensi hanno inciso sulle esportazioni dirette di veicoli finiti dall’Ue, ma la presenza produttiva europea negli Stati Uniti e in Messico ha attenuato l’impatto. La localizzazione di stabilimenti oltre Atlantico, avviata ben prima del 2025, ha funzionato come ammortizzatore. Parallelamente, una parte dell’export si è spostata verso mercati con standard regolatori compatibili e domanda in crescita, riducendo l’esposizione complessiva al mercato americano.

La geografia mutevole del commercio globale

Il quadro che emerge dal monitoraggio di Bruegel è quello di una riorganizzazione dei flussi più che di una loro contrazione. Le cinque economie principali incluse nel dataset – Stati Uniti, Unione europea, Cina, Giappone e Regno Unito – rappresentano circa la metà delle esportazioni mondiali. L’andamento del loro rapporto commercio/Pil fornisce un indicatore sintetico dell’apertura globale. Dopo il 2025 non si osserva un crollo di questo rapporto, ma una fase di assestamento.

Per l’Ue, la quota di export verso il “resto del mondo” cresce più rapidamente rispetto a quella diretta agli Stati Uniti. La Cina mantiene un ruolo centrale, ma anche in questo caso con segnali di riequilibrio. Il commercio triangolato, le riesportazioni e il transito attraverso hub logistici intermedi diventano più frequenti, rendendo meno immediato il collegamento tra decisioni tariffarie e flussi osservati. Il tracker dedica una sezione specifica al monitoraggio delle discrepanze di reporting, fenomeno già analizzato dalla World Bank come effetto strutturale delle statistiche commerciali globali.

Queste discrepanze tendono ad aumentare in fasi di tensione commerciale, quando le imprese modificano rotte e modalità di fatturazione. Importazioni riportate più elevate rispetto alle esportazioni dichiarate dal partner possono riflettere differenze di valutazione, ma anche pratiche elusive o semplici ritardi di registrazione. Per l’analisi economica, il risultato è un aumento dell’incertezza, che rende necessario incrociare più fonti e indicatori prima di trarre conclusioni operative.

Implicazioni per la politica commerciale europea

La tenuta dell’export europeo nel 2025 non equivale a una vittoria politica o strategica. I dati mostrano una capacità di adattamento del sistema produttivo, ma evidenziano anche una crescente complessità del contesto commerciale. La risposta alle tariffe statunitensi non è stata uniforme tra i paesi membri né tra i settori. Le economie più orientate all’export manifatturiero hanno beneficiato maggiormente della diversificazione geografica, mentre quelle più esposte a pochi comparti hanno subito pressioni più marcate.

Dal punto di vista delle istituzioni europee, il quadro rafforza l’esigenza di una politica commerciale attiva e multilivello. Accordi con nuovi partner, difesa degli interessi industriali nei fori multilaterali e monitoraggio continuo delle catene del valore diventano strumenti centrali in un contesto di volatilità permanente. Il Global Trade Tracker fornisce una base empirica utile, ma non risolve il nodo politico: la frammentazione del commercio mondiale è ormai un dato strutturale, con cui l’Unione è chiamata a confrontarsi senza affidarsi ad automatismi o rendite di posizione.

In assenza di un riequilibrio del sistema multilaterale, l’export europeo continuerà a crescere per adattamenti successivi, più che per espansione lineare. I numeri del 2025 indicano che la capacità di assorbire shock esterni esiste. Restano aperti interrogativi su costi, sostenibilità e distribuzione degli effetti lungo la filiera, elementi che i dati aggregati faticano a catturare ma che peseranno sulle scelte industriali dei prossimi anni.

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