“Progressi verso la pace”, ma solo se l’Ucraina cede il Donbass

Dopo il trilaterale Usa-Ucraina-Russia, il Donbass resta il nodo centrale: secondo il Financial Times, Washington spingerebbe Kiev a cedere territori in cambio di sicurezza. Slitta intanto la firma con l'Ue di un Piano di prosperità post-bellica
3 ore fa
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Putin Zelensky Trump
Da sinistra, Vladimir Putin, Volodymyr Zelensky, Donald Trump (Ipa/Fotogramma)

L’Ucraina deve cedere i territori. Sembra questa l’unica via per raggiungere la pace con la Russia, che anche dopo il trilaterale con gli Usa tenutosi lo scorso fine settimana non arretra di un millimetro rispetto alla sua richiesta. Secondo indiscrezioni del Financial Times, che cita fonti anonime, gli americani starebbero aumentando la pressione su Kiev legando la concessione delle proprie garanzie di sicurezza alla cessione di tutto il Donbass. Non solo quello che Mosca controlla militarmente in seguito all’invasione iniziata nel 2022, ma anche la parte ancora in mano agli ucraini dopo quattro anni di guerra.

Il prezzo della pace: territori in cambio di sicurezza

Il nodo a questo punto rimane sostanziale: l’Ucraina vuole prima avere garanzie di sicurezza, mentre gli Usa vogliono prima un accordo di pace, raggiungibile se la Russia ottenesse gli agognati territori. Gli Stati Uniti metterebbero in campo anche ulteriori forniture di armamenti a Kiev per rafforzare le Forze armate ucraine in tempo di pace, purché si accontenti Mosca.

E anche se la vice portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha smentito il quotidiano britannico – “è totalmente falso, l’unico ruolo degli Stati Uniti nel processo di pace è unire entrambe le parti per raggiungere un accordo” – il tema resta irrisolto. Zelensky non può cedere il Donbass, per molti motivi: è vietato dalla Costituzione e gli ucraini non sono favorevoli. Fondamentale poi il tema strategico: il Donbass, composto dalle province di Donetsk e Luhansk, comprende una linea difensiva di circa 50 km, con città come Kramatorsk, Slovyansk, Druzhkivka e Kostyantynivka, che viene definita “cintura di fortezza”. In poche parole, dare la regione in mano ai russi equivarrebbe a spianare lo strada per Kiev: una pace a queste condizioni somiglierebbe a una tregua armata a vantaggio dell’avversario.

Diverse ovviamente le motivazioni delle altre parti in gioco: se la Russia ottiene ciò che chiede, può sbandierare un successo e dimostrare che la forza paga, mentre gli Stati Uniti cercano un risultato che consenta loro di riorientare risorse e attenzione, oltre ad aggiungere ‘una tacca’ al nutrito e presunto palmerès di guerre risolte da Trump, che com’è noto agogna a vincere il Nobel per la Pace. Sullo sfondo, c’è poi l’Europa, che dovrebbe essere decisiva, ma che spesso rimane laterale: invoca garanzie, però non incide.

Abu Dhabi e “rimane solo un problema”

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky voleva firmare entro la fine del mese due documenti chiave: uno sulle garanzie di sicurezza e un altro su un “piano di prosperità” economica postbellica, concepito per rafforzare la posizione ucraina nei confronti di Mosca. Il presidente ucraino aveva dichiarato che i testi, discussi con Donald Trump a Davos la settimana scorsa, erano “pronti al 100%”.

“Per noi, la garanzia di sicurezza è, prima di tutto, una garanzia di sicurezza bilaterale da parte degli Stati Uniti. Il documento è pronto al 100%. Aspettiamo che i nostri partner siano pronti e che la data e il luogo della firma siano definiti”, ha dichiarato Zelensky, fissando anche il 2027 come data entro cui l’Ucraina deve entrare nell’Unione europea.

Gli Stati Uniti tuttavia non hanno ancora dato l’approvazione finale alle bozze, e legano ogni accordo all’intesa politica con la Russia, come riferito anche dal Financial Times, ridimensionando l’ottimismo espresso da Zelensky. Parlando a Davos, giovedì scorso l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, ha fatto comunque riferimento a “progressi significativi”, sostenendo che i negoziati sarebbero stati ridotti “a un solo problema”, definito quindi risolvibile.

Il portavoce russo Dmitrij Peskov, dopo i negoziati tripartiti ad Abu Dhabi, ha affermato che un “rapido progresso” verso la pace dipende direttamente dalla risoluzione della questione territoriale. Secondo Mosca, nel precedenti vertice russo-americano in Alaska sarebbe già stata elaborata una “formula concreta” per il Donbass, che prevede il ritiro volontario delle truppe ucraine, e a quella occorre attenersi. I negoziati in corso sono stati definiti “costruttivi”, ma Peskov ha avvertito che sarebbe un errore aspettarsi risultati immediati.

Zelensky ha confermato un secondo incontro a tre entro la fine della settimana, pur ammettendo che restano “questioni politiche complesse”.

Forze neutrali, zona demilitarizzata o ‘zona economica libera’?

Come se ne esce dunque? Per quanto riguarda il Donbass, in una fase iniziale si sarebbe parlato di una zona demilitarizzata riconosciuta come territorio russo: ipotesi a cui si sono opposti Kiev e i partner europei. Nei colloqui riservati di Abu Dhabi, secondo il New York Times, Stati Uniti e Ucraina hanno dunque esplorato l’ipotesi di inviare forze di pace ‘neutrali’ nella parte contesa del Donbass, in alternativa a una presenza Nato fermamente rifiutata da Mosca. Ma, come detto, la Russia respinge qualsiasi soluzione che non ricalchi l’intesa territoriale che, a suo dire, sarebbe stata raggiunta in precedenza tra Trump e Putin in Alaska.

Il Financial Times riferisce inoltre che Washington starebbe spingendo per un ritiro ucraino dal Donbass, come chiesto dal Cremlino, per istituire una ‘zona economica libera’. Zelensky ha detto di accettarla solo se riconosciuta internazionalmente come ucraina e con un arretramento simmetrico delle forze russe.

Il piano di prosperità e le divisioni transatlantiche

Parallelamente alla questione territoriale, resta in sospeso il ‘Piano di prosperità’ per la ricostruzione post-bellica dell’Ucraina che Kiev, Washington e Unione europea erano pronti a firmare la scorsa settimana.

L’annuncio previsto al World Economic Forum di Davos è stato rinviato a causa di divisioni sui contenuti e soprattutto dalla disputa sulla Groenlandia, rivendicata “con le buone o le cattive” da Trump, che ha portato i due (ex) alleati sull’orlo della rottura definitiva. Anche i timori suscitati dal neonato Board of Peace trumpiano hanno fatto slittare la firma, che comunque non sarebbe stata accantonata definitivamente ma solo rinviata.

Anche qui, rimangono però da definire dettagli come le modalità di finanziamento di un piano stimato in 800 miliardi di euro in 10 anni per sostenere le esigenze di ripresa dell’Ucraina fino al 2040, e sulle condizioni legate agli aiuti futuri. Bruxelles chiede forti garanzie anticorruzione.

Trump: “Stupidi se non fanno la pace”

Intanto, sempre a Davos, Trump ha dichiarato che se Zelensky e Putin non faranno la pace “sono stupidi”, ribadendo però che la gestione dell’Ucraina dovrebbe spettare soprattutto all’Europa e alla Nato e non agli Usa.

Gli occhi quindi sono ora puntati sul prossimo trilaterale, che potrebbe tenersi l’1 febbraio. Peskov ha invece chiarito che non sono previsti colloqui a breve tra Vladimir Putin e Trump. E di certo non con l’Europa, dove, ha detto il portavoce del Cremlino, “abbondano funzionari incompetenti, come il capo della diplomazia dell’Ue Kaja Kallas”. La Russia, ha sottolineato, “non discuterà mai nulla con lei, proprio come gli Stati Uniti, ed è ovvio. Cosa si dovrebbe fare? Bisogna solo aspettare che si dimetta“.

Intanto, continuano i bombardamenti russi sull’Ucraina, con morti e feriti, mentre, secondo Reuters, nuove valutazioni basate su immagini satellitari – e in linea con le scoperte dell’intelligence statunitense – indicano che Mosca starebbe installando missili balistici ipersonici a capacità nucleare in una ex base aerea nella Bielorussia orientale: un elemento che potrebbe rafforzare la capacità russa di colpire l’Europa.

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