L’Europa richiama ancora gli Stati membri all’ordine. Il pacchetto di decisioni sulle procedure d’infrazione pubblicato dalla Commissione europea a marzo riporta al centro uno degli strumenti meno visibili ma più concreti della governance dell’Unione: il controllo sull’applicazione delle norme comuni. Nel pacchetto figurano 35 lettere di costituzione in mora e 16 pareri motivati indirizzati a diversi Stati membri. In questo giro di verifiche compaiono ambiente, energia, sicurezza delle infrastrutture elettriche e mercato interno. Un insieme di dossier che mostra quanto la legislazione europea sia ormai intrecciata con le scelte quotidiane dei governi nazionali.
Per l’Italia il pacchetto di marzo riguarda due dossier distinti: da un lato il recepimento della direttiva sulle plastiche monouso, dall’altro il ritardo nella presentazione del piano nazionale di ristrutturazione degli edifici previsto dalla nuova direttiva sulla prestazione energetica degli edifici.
Come funzionano le procedure d’infrazione della Commissione europea
Le procedure d’infrazione rappresentano il principale strumento con cui la Commissione europea verifica che il diritto dell’Unione venga applicato in modo uniforme. Quando emergono problemi nell’attuazione di una direttiva o di un regolamento, Bruxelles avvia un confronto formale con lo Stato interessato. Il percorso è scandito da passaggi precisi: una lettera di costituzione in mora per chiedere chiarimenti, il parere motivato che indica in modo dettagliato la violazione e, in caso di mancata correzione, il possibile deferimento alla Corte di giustizia dell’Unione europea.
Questo meccanismo non è soltanto una procedura legale. È anche uno strumento di coordinamento tra livelli di governo. Le direttive europee lasciano infatti agli Stati membri un certo margine nel modo in cui vengono recepite nelle legislazioni nazionali. Il controllo della Commissione serve a verificare che queste differenze non compromettano gli obiettivi comuni fissati dall’Unione. In altre parole, ogni Paese può adattare le norme al proprio sistema giuridico, ma il risultato finale deve restare coerente con il quadro europeo.
I pacchetti di infrazione pubblicati periodicamente dalla Commissione riflettono questa funzione di monitoraggio. Ogni decisione riguarda un settore specifico: energia, ambiente, trasporti, mercato interno. L’obiettivo dichiarato è garantire che cittadini e imprese possano contare sulle stesse regole in tutta l’Unione. Quando una norma viene applicata in modo diverso da Paese a Paese, infatti, il rischio è quello di creare distorsioni economiche o lacune nella tutela ambientale.
Perché Bruxelles contesta il recepimento italiano della direttiva sulla plastica monouso
Il contenzioso con l’Italia riguarda la direttiva 2019/904 sulle plastiche monouso, uno dei provvedimenti più noti della politica ambientale europea degli ultimi anni. La normativa è stata adottata per ridurre la dispersione di rifiuti plastici nell’ambiente, in particolare nei mari. Secondo i dati raccolti dalla Commissione europea e dall’Agenzia europea dell’ambiente, una quota significativa dei rifiuti marini è composta proprio da oggetti monouso in plastica.
La direttiva prevede una serie di strumenti per ridurre l’impatto ambientale dei prodotti monouso: il divieto di alcuni articoli particolarmente diffusi tra i rifiuti, obiettivi di riduzione del consumo per altre categorie e l’introduzione di sistemi di responsabilità estesa del produttore. In base a questo principio, le imprese che immettono determinati prodotti sul mercato sono chiamate a contribuire ai costi di raccolta, gestione e trattamento dei rifiuti generati. Il meccanismo sposta parte dell’onere economico della gestione dei rifiuti lungo la filiera produttiva, coinvolgendo direttamente i produttori nelle politiche di prevenzione e recupero.
L’Italia ha recepito la direttiva con il decreto legislativo n. 196 del 2021. Tuttavia, secondo la Commissione europea, alcune disposizioni introdotte dal legislatore nazionale non corrispondono pienamente al testo europeo. Uno dei punti più discussi riguarda la definizione di plastica. La normativa europea utilizza una definizione ampia che comprende qualsiasi materiale costituito da un polimero al quale possano essere stati aggiunti additivi o altre sostanze. Il decreto italiano introduce invece una soglia minima che, secondo Bruxelles, potrebbe escludere alcuni prodotti dal campo di applicazione della direttiva.
Un altro nodo riguarda i prodotti biodegradabili e compostabili. Il legislatore italiano ha previsto alcune esenzioni per questi materiali, spesso utilizzati nell’industria nazionale delle bioplastiche. La Commissione osserva però che la direttiva europea non prevede una distinzione tra plastica tradizionale e plastica biodegradabile quando si tratta di limitare la dispersione dei rifiuti. Nel parere motivato Bruxelles avverte che una limitazione dell’ambito di applicazione della direttiva potrebbe portare “potenzialmente a un aumento del rilascio nell’ambiente di frammenti di plastica persistenti e microplastiche”.
Le regole del mercato unico dietro lo scontro normativo
La procedura d’infrazione non riguarda soltanto il contenuto della normativa italiana. Bruxelles contesta anche il modo in cui il decreto legislativo è stato adottato. Il riferimento è alla direttiva 2015/1535 sulla trasparenza del mercato unico, che stabilisce un sistema di notifica preventiva per le norme tecniche nazionali.
Quando uno Stato membro intende introdurre una nuova regolamentazione tecnica che potrebbe incidere sul mercato interno, deve notificare il progetto alla Commissione e agli altri Paesi dell’Unione. A partire da quel momento si apre un periodo di sospensione di tre mesi durante il quale la normativa non può essere adottata. Questo intervallo consente di esaminare il testo e verificare che non introduca ostacoli ingiustificati alla libera circolazione delle merci.
Secondo la Commissione europea, l’Italia avrebbe adottato la legislazione di recepimento della direttiva sulle plastiche monouso prima della scadenza di questo periodo di sospensione. Una violazione procedurale che ha contribuito alla decisione di proseguire con la procedura d’infrazione. Il sistema di notifica preventiva è infatti considerato uno strumento fondamentale per prevenire conflitti regolatori all’interno del mercato unico.
Il funzionamento del mercato interno dipende anche da questo tipo di meccanismi procedurali. Quando gli Stati membri adottano normative senza rispettare i tempi e le modalità di notifica, diventa più difficile garantire che le regole restino coerenti in tutta l’Unione. Da qui l’attenzione della Commissione nel vigilare su questi passaggi formali.
Energia e clima sotto la lente della Commissione
Il pacchetto di infrazioni pubblicato a marzo non riguarda soltanto l’Italia. Tra le decisioni adottate dalla Commissione compaiono anche diversi dossier legati alla politica energetica e climatica dell’Unione. Una delle procedure riguarda Austria e Romania, che non hanno ancora trasmesso tutte le informazioni richieste nelle relazioni nazionali sui progressi dei piani integrati per l’energia e il clima.
Queste relazioni sono previste dal regolamento 2018/1999 sulla governance dell’Unione dell’energia. Gli Stati membri devono presentarle ogni due anni per illustrare i progressi compiuti nell’attuazione dei propri piani nazionali per il periodo 2021-2030. I documenti includono informazioni su decarbonizzazione, efficienza energetica, sicurezza dell’approvvigionamento, mercato interno dell’energia, ricerca e innovazione. La Commissione utilizza queste relazioni per monitorare i progressi complessivi dell’Unione verso gli obiettivi climatici fissati dalla legislazione europea.
Un altro dossier riguarda i National Building Renovation Plans, i piani nazionali di ristrutturazione degli edifici previsti dalla nuova direttiva sulla prestazione energetica degli edifici (Direttiva Ue 2024/1275). La Commissione ha inviato lettere di costituzione in mora a diciannove Stati membri, tra cui Italia, Francia e Germania, per non aver presentato entro il 31 dicembre 2025 le bozze dei piani. Anche per l’Italia si tratta della prima fase della procedura d’infrazione. Questi strumenti sono considerati centrali per trasformare progressivamente il patrimonio edilizio europeo in un sistema più efficiente dal punto di vista energetico e compatibile con gli obiettivi climatici dell’Unione.
Nel pacchetto compare anche il caso del Belgio, destinatario di una lettera di costituzione in mora per la mancata notifica dell’aggiornamento del piano di preparazione ai rischi nel settore elettrico. Il regolamento 2019/941 prevede che gli Stati membri adottino e aggiornino periodicamente questi piani per prevenire e gestire eventuali crisi nella fornitura di energia elettrica. Gli strumenti servono a coordinare la risposta in caso di eventi estremi, attacchi informatici o carenze di combustibile e tengono conto del fatto che le crisi energetiche possono avere effetti che attraversano rapidamente le frontiere nazionali.
