“Non fate i carini con me”: Trump avvisa chi non aderisce al Board of Peace per Gaza

Alla prima riunione del Consiglio creato da Donald Trump emergono le linee politiche dei Paesi membri e la frattura dentro l’Unione europea
1 ora fa
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Il presidente argentino Javier Milei e il premier ungherese Viktor Orbán al Board of Peace
Da sinistra, il presidente argentino Javier Milei e il premier ungherese Viktor Orbán al Board of Peace (Afp)


Il premier ungherese Viktor Orbán e il presidente argentino Javier Milei sorridono e conversano, seduti uno accanto all’altro. Possiamo considerarla come una delle immagini simbolo offerte ieri dalla prima riunione del Board of Peace, il Consiglio di Pace creato dal presidente Usa Donald Trump per la ricostruzione di Gaza e che sembra poter diventare un organismo parallelo alle Nazioni Unite. Anzi un controllore di queste ultime, come ha detto chiaramente il tycoon, padre-padrone del Board, durante i 47 minuti dell’intervento-show con cui ha dato il via ufficiale ai lavori e avvisato chi non aderisce: “Non fate i carini con me, non funziona“.

Chi fa parte del Board of Peace

L’immagine di Orbán e Milei è simbolica per più di un motivo: intanto dà un indizio su alcune caratteristiche di chi ha abbracciato l’iniziativa trumpiana, ovvero essenzialmente Paesi guidati da governi di destra, populisti, con venature più o meno apertamente autoritarie, e che si trovano sulla stessa lunghezza d’onda del capo della Casa Bianca – quella dell’ideologia Maga (Make America Great Again).

Nello specifico, gli Stati che hanno deciso di entrare come membri sono i seguenti: Albania, Arabia Saudita, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Bulgaria, Cambogia, Egitto, El Salvador, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Indonesia, Israele, Kazakistan, Kosovo, Kuwait, Marocco, Mongolia, Pakistan, Paraguay, Qatar, Turchia, Ungheria, Uzbekistan, Vietnam.

La frattura europea

L’immagine di Orbán seduto tra i membri ricorda poi la frattura profonda esistente all’interno dell’Unione europea: Budapest è l’unico tra i Ventisette che abbia deciso di partecipare al Board, contestato per il suo essere un’entità parallela e concorrente delle Nazioni Unite e per il suo essere totalmente in mano a Trump, che ne rimarrà presidente a vita e che ha il potere di decidere praticamente tutto. Gli altri Paesi europei – vedi Francia e Spagna – hanno rifiutato apertamente, come hanno fatto anche la Santa Sede e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen.

Ma diversi Stati del blocco – Italia, Romania, Grecia, Cipro, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, Croazia, Finlandia, Germania, Paesi Bassi, Polonia – hanno assistito alla riunione in veste di osservatori. Così come hanno fatto extra-Ue Norvegia, Regno Unito e Svizzera e, fuori dall’Europa, Giappone, India, Messico. La Commissione stessa ha inviato un proprio osservatore, la commissaria al Mediterraneo Dubravka Šuica, che, viste queste premesse, probabilmente ha avuto da osservare parecchie sfumature. La mossa dell’organo esecutivo europeo è stata ampiamente criticata, come vedremo fra poco.

Russia e Cina assenti

Membro o osservatore, la partecipazione comunque era subordinata all’invito da parte di Trump, che non ha esteso la cosa indiscriminatamente: non ha invitato la Danimarca, vista la recente querelle sulla Groenlandia (da lui creata peraltro), ha ritirato l’invito al Canada dopo il discorso del premier Mark Carney a Davos il mese scorso, e soprattutto ha escluso la rappresentanza palestinese, ovvero del popolo direttamente interessato.

Quanto a chi non ha partecipato, come anticipato in apertura il capo della Casa Bianca è stato chiaro: “Quasi tutti sono stati accettati, e quelli che non lo sono stati, lo saranno. Alcuni stanno facendo i carini, ma non funziona, non potete fare i carini con me”.

Due infine le assenze eccellenti: la Russia, per la quale il presidente Vladimir Putin si è detto disponibile ad entrare nel Board e a pagare la quota di un miliardo di dollari purché questa venga presa dagli asset russi congelati negli Usa dopo l’invasione dell’Ucraina; e la Cina, che non intende aderire a un comitato o entità al di fuori e in competizione con l’Onu.

Francia vs Commissione: “Non ha mandato per partecipare”

Come anticipato, la partecipazione della commissaria Šuica alla prima riunione del Bop ha scatenato diverse polemiche, perché è stata vista da molte capitali come una possibile legittimazione di fatto dell’iniziativa di Trump. Ma non solo. La Francia ieri ha riassunto la questione: “In realtà siamo sorpresi perché (la Commissione, ndr) non ha un mandato del Consiglio per andare a partecipare“, ha dichiarato ai giornalisti il portavoce del Ministero degli Esteri Pascal Confavreux. L’organo esecutivo del blocco non ha competenza in materia di politica estera, e la decisione è stata bocciata dall’Alta rappresentante per gli Affari Esteri, Kaja Kallas, secondo cui non è stata una buona idea, “né per la Commissione né per gli Stati membri“.

Palazzo Berlaymont ieri ha ribadito quanto detto in settimana, ovvero che proprio per la natura ambigua e preoccupante del Board è necessario seguirlo da vicino, piuttosto che lasciare mano libera a Trump. E che la sua presenza è focalizzata alla ricostruzione di Gaza, tanto più che Bruxelles è impegnata anche finanziariamente nel sostegno ai palestinesi ed è dunque opportuno non rimanere esclusi dai tavoli dove se ne parla.

E sempre a proposito del blocco europeo, durante il suo discorso il presidente degli Usa ha fatto riferimento al suo sostegno a candidati politici, una prassi a cui si sta dedicando apertamente e che riguarda da vicino l’Unione europea.

“Sapete, ho sempre sostenuto con entusiasmo i candidati negli Stati Uniti, ma ora sostengo leader stranieri, tra cui Viktor Orbán, che è qui, e altri. E sostengo questo signore, Milei”, ha affermato. “Orbán ha il mio completo e totale appoggio per le elezioni“, ha proseguito per concludere che “non tutti in Europa apprezzano questo appoggio, ma va bene così“.

Trump donald board of peace afp
Il presidente Usa Donald Trump (Afp)

7 mld di dollari per la ricostruzione

Ma cosa è uscito da questo primo incontro del Bop? “La situazione di Gaza era impossibile da risolvere nell’ambito delle strutture esistenti delle Nazioni Unite. Così abbiamo fatto in modo che si andasse all’Onu, ottenendo l’approvazione per creare questo gruppo e riunire queste nazioni, per trovare soluzioni molto specifiche a un problema molto unico e specifico“, ha spiegato Trump. Ma nello statuto del Bop in realtà Gaza non viene mai nemmeno menzionata, rinforzando i timori – e le critiche – che il Consiglio diventi “quasi un controllore dell’Onu, per verificarne il corretto funzionamento“, per usare le parole del tycoon.

Il presidente americano ha dedicato a Gaza l’ultima parte del suo discorso: “C’è molto lavoro da completare. Sarà necessario il contributo di ogni Stato rappresentato qui oggi. Dobbiamo fare le cose nel modo giusto. Non esiste un piano B per Gaza. Il piano B è tornare alla guerra. Nessuno qui lo vuole“.

Trump ha annunciato che per la ricostruzione “sono già stati raccolti 7 miliardi di dollari“, che le Nazioni Unite offriranno 2 miliardi di dollari per gli aiuti umanitari e che “gli Stati Uniti contribuiranno con 10 miliardi di dollari al Board of Peace”, ovvero “il Consiglio più prestigioso mai creato“. Secondo un rapporto pubblicato mercoledì dalla Banca Mondiale, dalle Nazioni Unite e dall’Ue, nell’insieme saranno necessari circa 53 miliardi di dollari. Il capo della Casa Bianca ha anche dichiarato che la Fifa raccoglierà 75 milioni di dollari per progetti legati al calcio a Gaza.

A livello più operativo, cinque Paesi si sono impegnati a inviare truppe per la Forza internazionale di stabilizzazione (Isf), che sarà composta da 20mila soldati con 12mila poliziotti: Albania, Indonesia, Kazakhstan, Kosovo e Marocco, con l’Indonesia assumerà il ruolo di vicecomandante. Egitto e Giordania si sono impegnati ad addestrare la polizia. Secondo Nickolay Mladenov, un alto funzionario del Bop, in poche ore “2000 palestinesi si sono affrettati ad aderire alla nuova forza di polizia di transizione dopo che le domande sono state pubblicate giovedì”.

La Norvegia invece ha smentito quanto dichiarato precedentemente da Trump (Oslo “ha accettato di ospitare un evento che riunirà il Board of Peace”) e ha chiarito che non prenderà parte al Consiglio, sebbene ospiterà un incontro per i donatori alla Palestina.

Board of Peace e Nazioni Unite

Molti analisti hanno rilevato che al momento solo cinque Paesi su una ventina di aderenti al Bop stanno mettendo in campo risorse concrete, e che comunque al Consiglio per la Pace hanno aderito solo Stati piccoli, in cerca di riconoscimento internazionale e del favore dell’uomo più potente del mondo. Inoltre, quattro dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite – Francia, Gran Bretagna, Russia e Cina, il quinto sono gli Usa – non partecipano all’iniziativa trumpiana. Ma è presto per dire se sarà un flop o se il tycoon riuscirà a scalzare o depotenziare l’Onu.

Il mese scorso il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha dichiarato tramite un portavoce di ritenere “che gli Stati membri siano liberi di associarsi in gruppi diversi“, ma che “le Nazioni Unite continueranno a svolgere il loro compito“.

“Rafforzeremo le Nazioni Unite. Ci assicureremo che le loro strutture siano efficienti. (…) Li aiuteremo finanziariamente e ci assicureremo che siano sostenibili”, ha affermato ieri Trump, che però intanto risulta in debito col Palazzo di Vetro per 4 miliardi di dollari di pagamenti obbligatori e che ha tagliato i finanziamenti volontari alle agenzie del sistema Onu. In ogni caso, ha annunciato il capo della Casa Bianca, “stiamo lavorando a stretto contatto con le Nazioni Unite. Tra poco parlerò con il segretario generale, è una brava persona”.

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