Volkswagen taglia 50.000 posti di lavoro: “Colpa dei dazi Usa e della concorrenza cinese”

L'amministratore delegato, Oliver Blume, ha ammesso in una lettera agli azionisti che l'azienda opera in un "ambiente fondamentalmente diverso" e più volatile
1 giorno fa
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Oliver Blume, amministratore delegato di Volkswagen (Ipa/Fotogramma)

Il settore automobilistico europeo trema davanti all’ultimo annuncio di Volkswagen: il gruppo ha confermato l’intenzione di tagliare 50.000 posti di lavoro in Germania entro la fine del decennio. Si tratta di un significativo inasprimento rispetto ai piani precedenti, che a fine 2024 prevedevano già l’uscita di 35.000 dipendenti. La manovra colpirà l’intero gruppo, inclusi i marchi di lusso Audi e Porsche, e si inserisce in una massiccia campagna di ristrutturazione volta a garantire la sopravvivenza dell’azienda in un mercato globale sempre più ostile.

Dazi statunitensi e concorrenza cinese sono le cause principali della decisione.

Profitti dimezzati e dazi punitivi

I dati finanziari contenuti nel rapporto annuale dell’azienda dipingono un quadro allarmante: Volkswagen ha riportato un calo del 54% degli utili al lordo delle imposte. Secondo il colosso di Wolfsburg, questa flessione è in gran parte “attribuibile ai dazi statunitensi” imposti dall’amministrazione di Donald Trump, che ha introdotto dazi del 25% sulle importazioni di auto, successivamente ridotti al 15%.

Oltre alla pressione fiscale degli Stati Uniti, l’azienda deve fare i conti con un crollo delle vendite in Cina, un tempo mercato estremamente redditizio, dove la concorrenza dei produttori locali sta erodendo rapidamente le quote di mercato europee.

La crisi del lusso e il rallentamento dell’elettrico

Nemmeno i segmenti di fascia alta sono immuni dalla crisi. L’utile operativo di Porsche è quasi svanito nel 2025, con un crollo del 98%. Parallelamente, il gruppo ha dovuto ridimensionare i propri obiettivi per i veicoli elettrici, rallentando la transizione anche per marchi iconici come Lamborghini e Porsche a causa della domanda debole e di infrastrutture di ricarica insufficienti.

L’amministratore delegato, Oliver Blume, ha ammesso in una lettera agli azionisti che l’azienda opera in un “ambiente fondamentalmente diverso” e più volatile. Blume ha citato anche le tensioni geopolitiche, come il conflitto tra Stati Uniti-Israele e l’Iran, che alimentano l’incertezza del mercato e spingono al rialzo i prezzi dell’energia.

Una sfida per il futuro dell’auto europea

Per far fronte a questa situazione, la dirigenza punta su un rigoroso piano di riduzione dei costi e sul mantenimento della competitività tecnologica dei motori a combustione, pur continuando a investire in software e nuovi modelli elettrici per cercare di riconquistare clienti in Cina e Stati Uniti.

Mentre Volkswagen taglia, altri attori europei seguono percorsi differenti: la francese Renault ha confermato l’obiettivo di vendere solo auto elettriche e ibride in Europa entro il 2030, sfruttando le recenti concessioni dell’Ue sui target di emissioni zero. La strada per l’industria automobilistica europea appare tuttavia in salita, stretta tra la necessità di innovare e l’urgenza di far quadrare i conti in uno scenario internazionale sempre più frammentato.