La Cina e il 15° Piano Quinquennale: transizione energetica, picco del petrolio e nuove frontiere tecnologiche

Arvea Marieni, esperta della Commissione Europea e imprenditrice, sulle scelte di Pechino tra investimenti verdi, governance ambientale, mercati del carbonio e nuove tecnologie. Cosa vuol dire per l'Europa
6 ore fa
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Arvea Marieni, esperta della Commissione Europea, membro delle giurie dell’European Innovation Council (EIC) e imprenditrice attiva nella transizione ecologica, conosce bene sia il contesto europeo che quello cinese, grazie a collaborazioni con importanti organismi del Paese. Le abbiamo chiesto di commentare la strategia di Pechino per il 15° Piano Quinquennale.

Partiamo dai numeri. L’anno scorso avevamo analizzato alcuni dei trend principali dell’economia cinese. Ora siamo alla fine del 14° Piano Quinquennale e possiamo tirare le somme. Qual è la situazione della transizione ecologica cinese?

Alla fine del 14° Piano Quinquennale, l’energia solare, i veicoli elettrici e altre tecnologie per l’energia pulita hanno trainato oltre un terzo della crescita economica della Cina nel 2025. L’aumento degli investimenti in questi settori ha rappresentato oltre il 90% della crescita complessiva degli investimenti nel Paese, raggiungendo i 1.000 miliardi di dollari, circa quattro volte gli investimenti nei combustibili fossili. Le fonti non fossili hanno superato l’obiettivo del 20% del consumo di energia primaria nel 2025, con una previsione del 25% entro il 2030 e, secondo modelli conservativi, dell’80% entro il 2060. Che impressione ti fa?

E come ci sono arrivati?

È il risultato di una strategia avviata oltre un decennio fa. Questa traiettoria appare perfettamente coerente con gli obiettivi di decarbonizzazione della Cina e con il picco della domanda di petrolio, che la stessa Sinopec – il gigante petrolifero cinese – colloca già al 2027. È una finestra temporale che coincide con la fase iniziale del 15° Piano Quinquennale, durante la quale Pechino intende consolidare il proprio predominio nelle tecnologie pulite e ridefinire il ruolo delle fonti fossili nel mix energetico.

La Cina parla di “Civiltà Ecologica”. Quanto è uno slogan e quanto sostanza?

Si tratta di una questione di sostanza. Lo sviluppo verde della Cina va oltre semplici aggiustamenti politici: rappresenta una ridefinizione fondamentale del rapporto tra economia, società e natura. Questa trasformazione è visibile nella filosofia, nella governance, nella strategia industriale e nell’impegno globale. Ed è diventata un tratto distintivo dell’azione internazionale della Cina. Non a caso viene organizzata in una visione sistemica nei grandi centri di sapere del paese, in particolare dagli economisti della China Academy of Social Sciences, che si occupano della costruzione della Civiltà Ecologica.

I concetti di Civiltà Ecologica e di “acque limpide e montagne verdi sono beni inestimabili” – una frase ormai celebre di Xi Jinping – costituiscono un cambiamento di paradigma nella teoria politica e dello sviluppo. La Civiltà Ecologica è presentata come successiva alle civiltà agraria e industriale, configurandosi come una fase essenziale dello sviluppo sociale, elevata da semplice insieme di politiche a componente centrale della rinascita nazionale.

Come si traduce questa filosofia in pratica? In Occidente la narrazione gira attorno a un conflitto tra ambiente e sviluppo.

Il principio dei “beni inestimabili” rende operativa questa filosofia, conciliando i conflitti percepiti tra ambiente ed economia. Definendo l’ecologia pulita come una forma di capitale – capace di generare rendimenti sostenibili attraverso il turismo, l’agricoltura ad alto valore aggiunto, i pozzi di assorbimento del carbonio e il miglioramento della qualità della vita – fornisce una logica economica coerente per la conservazione e il ripristino ambientale, che risuona con governi locali e imprese. É d’altronde la stessa logica della Banca Centrale Europea che parla di servizi ecosistemici.

L’attuazione è resa possibile dal meccanismo “Il Partito guida tutto”. Gli obiettivi ecologici sono integrati nel sistema di valutazione delle performance dei funzionari del Partito e del governo, con indicatori chiave di prestazione su qualità dell’aria e dell’acqua, intensità energetica e copertura forestale considerati importanti quanto il PIL. Questa responsabilità dall’alto verso il basso, basata su obiettivi misurabili e sostenuta da ispezioni centrali e rendicontazione pubblica, garantisce che la filosofia si traduca in risultati concreti. Anche la “visione olistica della sicurezza nazionale” è un fattore chiave: include ecologia, ambiente e cambiamento climatico in un approccio complessivo alle risorse.

Hai scritto di recente che lo spirito imprenditoriale cinese è “selvaggio”, paragonabile ai tecno-lord della Silicon Valley…

È importante sottolineare che il governo cinese agisce anche per stabilizzare e orientare le immense forze creative del Paese, inclusi gli spiriti talvolta “selvaggi” di commercianti e imprenditori – gli stessi evocati dai tecno-lord della Silicon Valley, e attivi nelle dinamiche regioni industriali del sud – assicurando che innovazione e allocazione del capitale servano obiettivi nazionali e strategici. Senza questa guida, tali forze potrebbero riversarsi sui mercati globali senza filtri, creando volatilità o disallineamenti rispetto agli obiettivi ecologici e industriali di lungo periodo. Chi teme l’eccesso di esportazioni cinesi, non tiene conto che queste, al momento, sono moderate dalle decisioni della politica centrale.

Parliamo della strategia industriale. Come valuti l’approccio cinese alle rinnovabili e ai veicoli elettrici?

Sull’energia rinnovabile, la Cina è andata oltre la produzione di pannelli e turbine, costruendo infrastrutture fisiche e digitali integrate per un nuovo sistema energetico: reti di trasmissione ad altissima tensione, sistemi di accumulo su larga scala e gestione intelligente delle reti, con trasmissione bidirezionale “by design”. Si passa così al lato del consumo e della domanda intelligente. Questo affronta la sfida sistemica dell’integrazione delle rinnovabili su vasta scala.

Sui veicoli elettrici, la spinta è stata un classico caso di “sorpasso in curva”. Uso questa metafora – in cinese 弯道超车 – che ricorre nel dibattito politico-economico cinese. Significa sfruttare un momento di cambiamento epocale o di discontinuità tecnologica per superare i leader tradizionali, approfittando del fatto che questi ultimi sono “costretti” a rallentare o a seguire un percorso più lungo.

Quali sono gli effetti di questa strategia sugli equilibri energetici globali?

Questa strategia, oltre a ridefinire la competitività industriale del Paese, sta producendo effetti dirompenti sugli equilibri energetici globali. Anche l’Agenzia Internazionale dell’Energia anticipa che la Cina, che per oltre un decennio ha guidato la crescita della domanda mondiale di petrolio, dovrebbe raggiungere il picco dei consumi nel 2027, con circa due anni di anticipo rispetto alle previsioni precedenti. Questo cambiamento epocale è trainato proprio dall’impennata delle vendite di veicoli elettrici, che hanno superato i 17 milioni di unità nel 2024 e sono attese oltre i 20 milioni nel 2025, affiancate dalla diffusione di treni ad alta velocità e camion alimentati a gas naturale.

Le implicazioni di questo “picco cinese” sono profonde. L’IEA stima che i veicoli elettrici sostituiranno circa 5,4 milioni di barili al giorno di domanda globale di petrolio entro la fine del decennio. Parallelamente, la domanda di petrolio per combustibili – esclusi i settori petrolchimico e dei biocarburanti – potrebbe raggiungere un plateau a livello globale già nel 2027. Mentre l’IEA prevede un picco della domanda globale entro il 2029, l’OPEC mantiene una visione più cauta, stimando una crescita continua, seppur a ritmi ridotti. Indipendentemente dalle divergenze previsionali, il dato strutturale è che il motore della crescita petrolifera si sta arrestando, e istituti finanziari come JPMorgan prevedono che, in assenza di tagli all’offerta, l’eccedenza potrebbe spingere i prezzi del Brent verso i 30 dollari al barile entro il 2027. D’altra parte non mi pare un caso che l’UE stia cominciando ad importare LNG attraverso la mediazione cinese.

Eppure, nel 15° Piano Quinquennale, i veicoli a nuova energia non figurano più tra le industrie strategiche emergenti. Non è contraddittorio?

Con l’avvio del 15° Piano Quinquennale, si osserva un cambiamento strategico conseguente a questa maturazione: per la prima volta in oltre un decennio, i veicoli a nuova energia non figurano più nell’elenco delle industrie strategiche emergenti. Questa esclusione non segna un abbandono, bensì il riconoscimento che il settore è ormai maturo. Di fronte a una saturazione del mercato interno, a una guerra dei prezzi e a una capacità produttiva in eccesso, l’obiettivo si sposta dalla crescita quantitativa sovvenzionata alla razionalizzazione e alla competitività di qualità. Le priorità per la crescita futura vengono così reindirizzate verso tecnologie di frontiera come il quantum computing, la bio-manifattura, l’idrogeno verde, la robotica e la fusione nucleare. Tutto questo mentre l’UE ancora arranca sulle tecnologie della generazione della elettrificazione.

Ti occupi di place-based innovation nella UE, c’è qualcosa che porti all’attenzione della Commissione che funziona nella strategia cinese?

L’elemento più caratteristico della strategia cinese risiede nel coordinamento tra riduzione delle emissioni di carbonio – e progressivamente degli altri gas climalteranti – controllo dell’inquinamento, ripristino degli ecosistemi e crescita economica. La chiusura di fabbriche inquinanti riduce le emissioni, i terreni recuperati possono essere riforestati e la manifattura verde avanzata occupa lo spazio di mercato liberato. Questo approccio genera cicli virtuosi anziché trade-off ed esternalità negative.

Passiamo all’impegno globale. Come giudichi le critiche occidentali sul “de-risking” dalle forniture cinesi?

Un certo grado di de-risking è necessario per assicurare sicurezza e autonomia strategica. Ma questa va costruita anche attraverso un sistema multilaterale di regole e non su logiche di potenza che rendono tutti meno sicuri…

Domanda finale: quale alternativa vedi per l’Unione Europea?

Di fronte a questo progetto civilizzatore con ripercussioni globali, è legittimo chiedersi: cosa proponiamo come alternativa?

La transizione verde della Cina è, nella sua essenza, un esperimento su scala continentale…

La domanda che dobbiamo porci, allora, non è se possiamo semplicemente replicarlo, ma se siamo in grado di elaborare una visione altrettanto coerente e ambiziosa, capace di mobilitare le nostre società e le nostre economie verso un futuro altrettanto radicalmente sostenibile. Io credo di sì. Facendo leva sulle nostre aziende migliori e più innovative, e resistendo alle sirene di grandi gruppi industriali ormai in declino.